Enrico Vanzini, l’ultimo sonderkommando

Enrico Vanzini sonderkommando

Oggi al Campo di Fossoli ho conosciuto Enrico Vanzini, l’ultimo sonderkommando italiano vivente. I Sonderkommando erano internati, scelti soprattutto per la loro fisicità e forza, costretti a collaborare con i soldati tedeschi nell’utilizzo dei forni crematori all’interno dei Campi di sterminio.

Per oltre 60 anni Enrico non ha mai raccontato la sua storia che lo ha visto prima deportato a Buchenwald e poi al Campo di Dachau per oltre 7 mesi, fino alla liberazione da parte degli Alleati. Tornò a casa con la schiena rotta e pesava solamente 29kg. Oggi, a 95 anni, viaggia nelle scuole di tutta Italia per raccontare non solo quanto gli è capitato, ma porta un messaggio di uguaglianza, di speranza, di unione e molto europeo.

Al di là della lucidità con cui ancora racconta dell’episodio in cui è scampato ad una fucilazione, mentre la sua schiena poggiava contro un muro e il plotone di esecuzione era già schierato, e al di là della sua capacità nel scattare foto con lo smartphone in tutti i luoghi che visita, ciò che più mi ha colpito è stato un altro episodio.

Enrico ha raccontato che un giorno stava lavorando alla posa delle traversine nella stazione ferroviaria di Monaco di Baviera. A un certo punto passa un gruppetto di ufficiali nazisti fra i quali vede distintamente anche Hitler che si ferma a osservare i lavori di posa. Hitler è morto 72 anni fa. Mi ha impressionato scambiare alcune parole con una persona che Hitler lo ha visto dal vivo, a pochi passi dal palmo della sua mano.

Enrico Vanzini al Campo di Fossoli

 

Ho visto come il cuore di un uomo possa diventare pietra, come i totalitarismi annullino il pensiero delle persone, come la vita possa essere considerata un nulla.

Non odio assolutamente i tedeschi, non si deve odiare nessuno. Rimango però perplesso perché mi sembra che a volte l’uomo non abbia imparato nulla dalla storia.

Dal libro L’ultimo sonderkommando italiano di Enrico Vanzini, Rizzoli (2013)

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