Io, D e i suoi amici

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Nonostante i molti consigli, provenienti soprattutto da mia madre di andare a parlare con altre persone che conoscono direttamente D, così per capire come gli altri si rapportano con lui viste le miei iniziali difficoltà, ho sempre riluttato questa idea. La televisione ha fatto la sua parte. Lo confesso, temo lo stereotipato incontro, la classica scena da film. Sala con le pareti chiarissime, non
bianche ma di quel giallognolo ammuffito e smorto. Una ventina di persone sedute in cerchio su scomode sedie di legno, che si spiano l’un l’altro per carpire il minimo dettaglio di cambiamento tra i presenti. Tutti con le gambe accavallate e con il cambio della gamba sincronizzato.

Fra i presenti si distingue chiaramente chi tiene l’incontro degli “Amici di D”, dai suoi occhiali neri, con montatura larga, appoggiati sul naso.

«Ciao a tutti, mi chiamo Federico e sono un amico di D».

E il coro risponde: «Ciao Federico».

Temo questa scena. Lo ammetto.

Domenica mattina ho superato anche questa mia paura.

Per la prima volta ho presentato Io e D a una platea di tecnici.
Più che tecnici, esperti.
Persone che conoscono approfonditamente il Signor D nella quotidianità, nelle pieghe dei suoi dispetti, negli angoli bui della sua perversione.
Ero emozionato come solito, sudavo, ma questo era un esame arduo da superare.

Come è andata?
Non solo ho superato questa paura, ma mi è pure piaciuto condividere le avventure con il Signor D potendo mettere tutto sul tavolo. Senza dover indossare nessuna maschera della vergogna o nessun abito color imbarazzo.
Semplicemente D in tutto il suo essere perverso, diabolico e sorprendente.

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